Avv. Giovanni Maria D’Amico
Sono l’Avv. Giovanni Maria D’Amico, fondatore dello Studio Legale Lex Impresa, che da sempre affianca le aziende su questioni commerciali, societarie, organizzative e di diritto industriale.
Negli oltre trent’anni della mia carriera di manager ed avvocato ho visto il mondo del lavoro e delle professioni trasformarsi ripetutamente. Internet, la digitalizzazione, la firma elettronica, il processo telematico: ogni innovazione ha cambiato il modo di lavorare, suscitando entusiasmo ma anche timori sulla fine di certi ruoli.
Oggi, di fronte alla diffusione dell’intelligenza artificiale generativa, vivo la stessa sensazione di cambiamento epocale.
L’AI è certamente una rivoluzione, come lo furono Internet o lo smartphone. Per la prima volta imprenditori e manager, infatti, dispongono di uno strumento che risponde in pochi secondi a problemi complessi: può redigere bozze di contratti, spiegare norme, suggerire strategie aziendali.
Questo comporta un fenomeno nuovo: la diffusione della consulenza giuridica fai da te.
Sempre più spesso imprenditori e dirigenti si rivolgono a ChatGPT e simili come se fossero avvocati digitali, attratti dall’efficienza e dal basso costo. Ma proprio qui sta la trappola. L’IA fornisce risposte veloci e convincenti, ma non può assumersi la responsabilità delle conseguenze.
Dall’IA otteniamo informazioni, ma non consulenza legale vera. Non si tratta, quindi, di poter fare a meno dell’avvocato, bensì di comprendere i limiti dello strumento.
La diffusione del “fai da te legale” è testimoniata da casi concreti che ho visto in prima persona. Ne racconto due, per essere chiaro.
Nel primo caso, un imprenditore mi ha fatto vedere lo statuto della sua nuova società, che mi ha confessato preparato con ChatGPT con l’altro socio e poi approvato dal notaio.
Ad un occhio superficiale sembrava perfetto: linguaggio chiaro, struttura in ordine. Poi però abbiamo scoperto un problema: la clausola di prelazione sulle quote era scritta in modo tale da risultare incompatibile con la reale volontà del socio di maggioranza di obbligare l’altro socio a cedere le quote di minoranza qualora non si raggiungessero determinati obbiettivi: in parole povere non poteva più cambiarlo.
In sostanza, l’algoritmo aveva scritto bene, ma non conosceva la storia e le esigenze concrete di quella società.
In un altro caso, una lavoratrice ha chiesto all’IA di scrivere la risposta a una sanzione disciplinare. L’intelligenza artificiale ha elaborato un testo elegante, con citazioni di legge e una forma impeccabile. Il problema era un altro: quella replica non affrontava il punto cruciale della vicenda. Non valorizzava le prove raccolte, né entrava nei dettagli della contestazione.
La replica formale evidenziava un problema ricorrente: gli algoritmi non “capiscono” il contesto. L’IA non decifra l’organizzazione aziendale né il contenuto specifico dei documenti (email, verbali, contratti) come farebbe un essere umano; perciò rischia di generalizzare o tralasciare fatti cruciali. In pratica, la lavoratrice si ritrovava con una bozza “perfetta” a livello stilistico, ma inefficace nella sostanza.
Questi esempi evidenziano l’illusione del fai da te giuridico: l’IA genera testi convincenti, ma un documento formalmente ben fatto può rivelarsi inefficace o dannoso senza il giusto contesto.
Ecco il primo messaggio chiave: l’informazione generata dall’IA non è consulenza legale. La consulenza vera richiede esperienza, giudizio e conoscenza del contesto specifico di quell’impresa. Un imprenditore ha bisogno di sapere non solo cosa dice una norma, ma cosa è opportuno fare per la propria azienda. L’IA può fornire tutti i dati e le analisi, ma è l’avvocato che trasforma queste informazioni in decisioni operative consapevoli.
Passiamo ora al contesto normativo (slide 8), in modo rapido. In Europa il nuovo AI Act (Regolamento UE 2024/1689) definisce un quadro di regole per l’intelligenza artificiale. Questo regolamento non è contro l’innovazione – anzi, mira a promuovere un’IA sicura e affidabile – ma introduce un principio cruciale: l’uso dell’IA è legato al livello di rischio che comporta. Quanto più è elevato il potenziale impatto di un sistema di IA, tanto più stringenti sono le regole e gli obblighi applicati. Inoltre, il GDPR (Regolamento UE 2016/679) ribadisce l’obbligo di trasparenza e responsabilità nei trattamenti automatizzati di dati personali. Si introduce così il principio di responsabilità (accountability): le imprese dovranno nominare figure come il DPO o l’AI officer e assicurare verifiche continue sui sistemi. La privacy è parte integrante di questo quadro normativo: il GDPR impone trasparenza e responsabilità a chi tratta dati in processi automatizzati. In pratica, a ciascuna decisione deve sempre corrispondere un responsabile umano.
In Italia, accanto a questo indirizzo europeo, la legge stabilisce chiaramente che l’IA deve restare uno strumento di supporto. L’articolo 13 della legge 132/2025, ispirato ai principi di trasparenza dell’AI Act e del GDPR, impone ai professionisti di informare i clienti sull’impiego di sistemi di IA. E soprattutto la legge conferma la prevalenza del lavoro intellettuale: l’IA può fornire bozze e analisi, ma non può sostituire la capacità valutativa del professionista. Il messaggio è chiaro anche per gli avvocati e gli altri professionisti: l’AI è uno strumento, il cui utilizzo va monitorato, mentre la responsabilità delle scelte rimane in capo all’uomo.
Da tutto ciò deriva il secondo messaggio chiave: l’avvocato d’impresa di oggi ha un ruolo diverso rispetto al passato. Non è più sufficiente intervenire a danno avvenuto. L’avvocato deve essere parte della strategia aziendale. L’obiettivo è prevenire il problema, non semplicemente risolverlo in extremis. Investire nella prevenzione significa risparmiare tempo e denaro in futuro: significa ridurre sanzioni e contenziosi, guadagnare reputazione e attirare investitori.
L’imprenditore moderno cerca un manager del diritto, un professionista che unisca competenze giuridiche e competenze manageriali. L’avvocato delle imprese deve saper comprendere bilanci, processi produttivi e obiettivi strategici tanto quanto le norme giuridiche. Deve saper comunicare con la direzione finanziaria, il commercialista, il consulente del lavoro o con il team HR.
Ecco il terzo messaggio chiave: il valore della consulenza legale risiede oggi nella capacità di interpretare criticamente le norme e trasferire questa conoscenza in scelte economiche e organizzative. L’IA è un acceleratore di efficienza (velocizza ricerche e bozze), ma non elimina il bisogno del giudizio e dell’esperienza umana.
Attenzione l’imprenditore ha una responsabilità. Non basta usare l’AI; bisogna usarla bene. Se la piattaforma vi propone una soluzione, siate voi a decidere se adottarla, valutandone gli effetti. Da qui la necessità di collaborare con gli avvocati e coinvolgerli quando implementate nuovi sistemi o adottate decisioni importanti. Il dialogo fra management e consulenti legali diventa una prassi essenziale.
Conclusioni
L’intelligenza artificiale è una risorsa straordinaria, ma va governata con intelligenza e responsabilità. Personalmente sono convinto che il futuro favorirà chi possiede competenze ibride manageriali e giuridiche ed anche specialistiche per far sì che le tecnologie avanzate siano realmente efficaci e al servizio del giudizio umano.
In conclusione, l’AI premia chi la governa con giudizio umano: coinvolgere i propri legali nelle decisioni strategiche è il modo migliore per trasformare i vantaggi della AI in un vantaggio competitivo.
Grazie per l’attenzione e buon lavoro a tutti.


